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IL MIO INCONTRO CON LANFRANCO E PIERO Conosco Lanfranco da quando avevo cinque anni. Con mio padre si erano conosciuti allorché gli fece pervenire il suo disco Tip of the hat!, inciso per questa medesima etichetta nel 1986. A mio padre piacquero immediatamente il particolarissimo sound tipicamente cool di Lanfranco ed il suo fraseggio raffinatissimo ed introspettivo: per cui lo votò nel referendum di «Musica jazz». Poi, nella primavera del 1988 gli organizzò un concerto al “Music Inn” di Roma; qui Lanfranco si esibì con il suo nuovo trio, formato da Enzo Pietropaoli e da Fabrizio Sferra. Gli Sferra, con in testa Fausto – il generale-batterista – e sua moglie Anna, sono da sempre nostri carissimi amici; mio padre è stato addirittura testimone di nozze del figlio Aldo, finissimo chitarrista e valente pittore informale, e suo fratello Fabrizio – il noto batterista – occasionalmente mi è stato prodigo di consigli. Nell’estate del 1989 finalmente conobbi Lanfranco. Come tutti gli anni, dopo il periodo al mare, ci spostiamo a Cortina. Lanfranco ha lì vicino, ad Auronzo, una bella villa; da allora è cominciata una frequentazione assidua che si è immancabilmente ripetuta ogni estate. Ci scambiavamo continue visite; dopo un po’ Lanfranco prendeva in mano la chitarra e cominciava ad improvvisare con mirabile creatività: eravamo tutti rapiti. Io respiro jazz da quando sono nato e non mi saziavo di ascoltarlo. Già strimpellavo la batteria di mio padre, il quale, per la verità, non mi prendeva molto sul serio; tanto che, quando ad otto anni gli manifestai il desiderio di studiare seriamente lo strumento, mi portò ad una scuola di musica vicino casa e mi voleva convincere a sonare il sassofono. Parlò con il direttore della scuola e gli espresse questo suo desiderio. Ma non aveva fatto i conti con la mia vocazione alla percussione. Ad un tratto scorsi una batteria in un angolo; mi avvicinai, presi le bacchette e chiesi al maestro: «Posso sonarla?». Il maestro era Emiliano Pratesi, figlio adottivo di Bruno Martino. «Forza, fammi vedere cosa sai fare!». Attaccai a sonare con swing. Dopo pochi attimi il direttore della scuola piantò su due piedi mio padre e venne da me, mentre Emiliano ed il maestro di musica d’assieme erano visibilmente stupiti. Il direttore andò da mio padre: «Ma lei scherza? Ma quale sassofono! Questo è un talento naturale della percussione; mi creda: è un batterista nato! Mai sentito nulla di simile a quell’età. Ma come ha fatto a non rendersene conto?». Ed Emiliano aggiunse: «Se studia seriamente, questo ragazzino potrebbe diventare un altro Buddy Rich». Papà – un dilettante con enorme swing ed un gran “tiro”, ma senza tecnica, perché, preso dai suoi impegni di ricerca nel campo della filologia italiana medievale e rinascimentale, non ha mai studiato lo strumento – aveva l’idea fissa di formare un gruppo di stile californiano: per cui sognava un sassofonista che non seguisse il linguaggio coltraniano imperante, ma sonasse alla Bob Cooper, alla Jack Montrose, alla Mike Cuozzo (il suo tenore in assoluto preferito). Certo a tutto pensava meno che ad un secondo batterista dentro casa. Si può capire la sua soddisfazione adesso; non c’è giorno che non passi ore ed ore con me a seguire i miei progressi. E quel famoso complesso cui teneva tanto, i Lighthouse Giants, sono finalmente riuscito a formarlo io grazie all’ausilio determinante di Antonello Vannucchi e presto uscirà il nostro primo disco. Ma un’altra grande soddisfazione ho dato a mio padre. La sua scoperta del jazz avvenne nel 1962. Prima di allora non aveva sentito nemmeno una nota di jazz, non sapeva addirittura chi fosse Louis Armstrong, poiché in casa sua si ascoltava solo musica classica. In quel fatidico 1962, nel corso di una puntata del varietà televisivo “Alta fedeltà” comparve il sestetto Basso-Valdambrini-Piana, che eseguì una versione contrappuntistica, in tipico stile West Coast, della canzone popolare piemontese Ciau Turin. Mio padre restò basito sulla poltrona e il giorno seguente andò a comprare il suo primo disco di jazz: manco a farlo apposta il celebre Verve MGV 20009 del quintetto Basso-Valdambrini con Sellani, Azzolini e Cazzola. Trentotto anni più tardi, nella primavera del 2000, gli ho dato la gioia di esibirmi con Gianni Basso e Dino Piana; purtroppo non ho fatto in tempo a sonare con Valdambrini, scomparso qualche anno prima. Lo studio con Emiliano, allievo di Chuck Flores a Los Angeles (ecco un’ulteriore circostanza che mi ha accostato al West Coast Jazz; del resto, a casa mia si respira quella suadente e raffinata atmosfera da mane a sera), rappresenta per me una delle soddisfazioni più grandi. Tre volte alla settimana Emiliano viene a casa nostra, dove nella sala hobby ho montato tre superbe batterie, tutte degli anni Sessanta: una Gretsch, una Ludwig e la Premier di mio padre, corredate di una collezione veramente notevole di piatti, per i quali ho una passione particolare: ne uso tantissimi per conferire i più variegati colori all’esecuzione; detesto, invece, il doppio tom sulla cassa (i rockettari ne usano addirittura tre), che serve solo ad allontanare il piatto ride, mentre – come Rich e Bellson – amo impiegare due timpani. Ci posizioniamo su due batterie e iniziamo una serie di esercizi sempre più difficili. Non credo esista in Italia un maestro del valore di Emiliano. Adoro studiare lo strumento e sto male se per qualche motivo devo fare anche dieci minuti in meno del tempo previsto; posso dire che dal 1991 ad oggi non c’è stato giorno che io non mi sia esercitato seriamente sullo strumento, anche d’estate, persino sulla spiaggia con il “cappello del prete”. Dopo aver sonato con numerosi jazzisti famosi, espressi a Lanfranco – che, incuriosito, non mi aveva mai sentito – il desiderio di provare con lui. Mio padre organizzò un concerto in trio ad Anzio nell’estate del 2000. Lanfranco fu entusiasta di quello che chiamò «il tappeto sonoro fatto da Gianmarco, il quale riempie tutti gli spazi con una sinistra mai sentita». Infatti, io sono mancino, ma suono con impostazione destrorsa: la destra sul piatto e la sinistra sul rullante. In realtà, sono perfettamente ambidestro ed ho un’indipendenza totale dei quattro arti. Lanfranco mi chiese se avessi voluto far parte di un suo nuovo trio e aggiunse che gli avevo riacceso la voglia di sonare. Lo pregai di aiutarmi a realizzare il mio sogno più grande: allestire un repertorio tutto californiano. Così gli preparai una cassetta con alcuni brani meravigliosi, ormai del tutto dimenticati, ed un mese dopo, a Cortina, ebbi la splendida sorpresa di vedere tutte le parti da lui trascritte. Con papà e mamma abbiamo fatto gite su gite assieme a Lanfranco, a sua moglie Margherita e al figlio Adriano, perlustrando in lungo ed in largo le Dolomiti, il Cadore e l’amatissima Pusteria. Ma la gita più bella, veramente magica, avvenne proprio in quella memorabile estate del 2000, quando, nello scenario grandioso del Lavaredo, Lanfranco eseguì per la prima volta, e in modo magistrale, quei deliziosi brani che tanto amo, mentre io lo accompagnavo con le spazzole su di una scatola di cartone. Al contrabbasso Lanfranco ed io volevamo assolutamente Piero Leveratto. Lo contattammo, ed egli accettò con trasporto. Il nostro primo appuntamento concertistico fu a Milano. Conobbi Piero appena due ore prima del concerto, organizzato lunedì 26 febbraio del 2001 dal Comune di Bollate e dalla prestigiosa scuola “Musica Oggi” di Franco Cerri, Enrico Intra e Maurizio Franco, il quale fu anche il brillante presentatore e l’acuto commentatore della serata. Provammo esclusivamente i suoni ed un solo brano per intero, tanto per vedere come si presentava la situazione. Lanfranco aveva preparato un repertorio di standard, che, ovviamente, sia Piero che io conoscevamo a menadito. Il concerto ottenne un successo incredibile: alla fine ci furono quasi tre minuti di applausi; e si trattava di un pubblico fatto di critici, di musicisti, di appassionati preparatissimi. Alla fine ci spostammo tutti a casa di Giordano e Vicky Minora, dove si erano radunati in parecchi, e tutti brindarono simpaticamente alla mia carriera musicale. Questo disco è la testimonianza di quella memorabile serata. Certo, sono passati oltre due anni; allora avevo sedici anni e mezzo, ed oggi suono assai meglio. Confesso che Piero è il contrabbassista con il quale m’intendo a perfezione; il suo modo di sonare mi stimola incredibilmente. L’unico cruccio è che soniamo pochissimo assieme, solo per qualche concerto, poiché Lanfranco vive in provincia di Treviso, Piero a Genova ed io tra Roma e la nostra casa nel Chianti fiorentino. Spero proprio di avere sempre maggiori occasioni di sonare con questo trio. Dedico questo disco a mia madre. Gianmarco Lanza |
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