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LA MIA VIA JAZZISTICA Era da anni che sognavo di fondare un mio gruppo di stile West Coast che sonasse un repertorio costituito dalle migliori composizioni originali degli esponenti californiani di maggior profilo. Volevo, insomma, continuare l’opera iniziata con il mio primo disco The Revival of West Coast Jazz, inciso con Lanfranco Malaguti e Piero Leveratto per questa medesima casa discografica nel 2001. Il nome da dare al complesso mi era venuto in mente sùbito: The Lighthouse Giants, in atto di doveroso omaggio nei confronti di Howard Rumsey e di Shorty Rogers, leaders dei due complessi californiani più celebri. E il sottotitolo recita significativamente: The Men of West Coast Jazz, trasparente allusione al terzo grande complesso della West Coast: i Men del batterista Shelly Manne. Più difficoltoso era trovare le partiture di brani purtroppo dimenticati, ad eccezione dei due di Gerry Mulligan. La scelta è stata calibrata e quanto mai sofferta. Non si ha nemmeno l’idea di quanti siano i brani di sublime bellezza scritti da jazzisti californiani. In questa delicata operazione sono stato assistito da mio padre, che è un appassionato cultore di questo stile e possiede tutti i dischi di stile West Coast incisi tra il 1951 e il 1962, dischi che io ascolto in continuazione e che conosco a memoria (non trascurando, ovviamente, tutte le altre scuole jazzistiche: dal New Orleans all’hard bop). Sono centinaia e centinaia. Ma una difficoltà ancora maggiore era quella di trascrivere le parti. Qui ho avuto la fortuna di ottenere l’ausilio determinante di Antonello Vannucchi, il quale – con passione, competenza e generosità – ha fatto un lavoro veramente straordinario. Nel contempo, occorreva trovare dei musicisti compatibili con il mio progetto. Cosa ardua, perché oggi quasi tutti si sono appiattiti su modelli sbagliati e fuorvianti. Al Nord ce ne sono di eccellenti che padroneggiano questo stile: penso soprattutto a Luca Begonia e a Claudio Chiara, con i quali spero di collaborare presto. Ma poiché già milito in un trio i cui membri vivono uno nel trevigiano (Lanfranco Malaguti) e l’altro a Genova (Piero Leveratto) – io sono tra Roma e Firenze – e conosco benissimo le difficoltà di una situazione del genere, volevo dei musicisti che operassero dalle mie parti. La musica californiana, infatti, richiede molte prove ed estrema precisione: odio il jazz alla carlona delle jam sessions ed i brani interminabili e noiosi del jazz modale, al quale sono allergico. La scelta è caduta su Stefano Rossi, raffinato tenorsassofonista di stile getziano, agli antipodi dei gargarismi dei troppi coltraniani in ventiquattresimo che da trent’anni a questa parte ammorbano la scena del jazz; sul baritonista Enrico Ghelardi, che ha in Gerry Mulligan, in Bob Gordon ed in Lars Gullin i suoi archetipi e il cui disco Lost love (Domani Musica DMCD 0205) è un felice esempio di come oggi si possa sonare a livello notevolmente creativo del jazz autentico esprimendosi in uno stile assolutamente puro; su Mauro Battisti, contrabbassista di classe, solido ed elegante, a più riprese collaboratore di assi come Lee Konitz e Benny Golson. Al pianoforte non avrebbe potuto sedere che Antonello Vannucchi, il quale del West Coast italiano è stato uno dei capifila con il Quartetto/Quintetto di Lucca, assieme al mirabile Quintetto Basso-Valdambrini (e poi Sestetto, con Piana) – il miglior complesso di jazz che l’Italia abbia mai avuto – e al Quintetto Fanni-Volonté, a musicisti quali Glauco Masetti, Attilio Donadio, Franco Cerri, Flavio Ambrosetti, Gil Cuppini e Maurizio Lama, ad un compositore come Piero Umiliani. Ad essi – e a Nunzio Rotondo, il cui sestetto incise gli esempi più felici di cool jazz italiano di matrice tristaniana – è mia intenzione dedicare in séguito un disco con brani di loro composizione, poiché ritengo giusto tributare un riconoscimento agli uomini che, nei memorabili anni Cinquanta, hanno illustrato il jazz moderno in Italia con classe e misura: doti raramente riscontrabili in epoca successiva. Tutto ciò nella ferma convinzione che West Coast e cool vadano urgentemente riscoperti, perché erroneamente sottovalutati, e che, più in generale, sia tempo di mettere da parte le stolide contaminazioni – oggi, ahimè, tanto di moda – con il rock e con la musica etnica poiché, come già ho avuto modo di scrivere nell’Autoritratto che accompagna le note di copertina di Gian Carlo Roncaglia nel mio primo disco, il jazz deve essere fondato sullo swing e deve essere di pretta matrice statunitense. I migliori jazzisti europei (da Lars Gullin a Stan Hasselgard, da Tubby Hayes a George Shearing, da Kai Winding a Ronnie Ball, da Ken Moule a Pierre Michelot, da Arne Domnerus a Don Rendell, da René Thomas a Bobby Jaspar...) e di qualsiasi altra parte del mondo (penso ai canadesi Phil Nimmons, Moe Koffman, Nick Ayoub, Guido Basso, Rob McConnell o ai membri dell’Australian Jazz Quartet/Quintet, o, ancora, all’argentino Oscar Aleman) sononon statunitensi solo anagraficamente, ma stilisticamente lo sono in tutto e per tutto. L’unico che nel campo del jazz autentico abbia effettivamente prodotto qualcosa di originale è stato, in una qualche misura, Django Reinhardt, specie ai tempi del suo lungo sodalizio con Grappelly; ma la sua musica è così ricca di swing che la matrice statunitense è comunque scoperta. Oggi va, purtroppo, di moda affrancarsi dallo swing e proporre – in linea, forse, con l’attuale trionfante antiamericanismo – furbesche contaminazioni con il folklore balcanico, mitteleuropeo, sardo e magari lucano o padano. Amenità, che mi stupisco vengano prese sul serio. Se però parliamo di jazz, è un altro discorso. Io sono per un recupero totale del genuino jazz statunitense: da King Oliver ad Eric Dolphy, da Bix ad Art Pepper. Gianmarco Lanza |
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