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AUTORITRATTO Sono nato a Roma il 1° aprile 1984. Ascolto jazz da sempre, perché mio padre, Antonio, è un grande appassionato, critico di jazz, collezionista di dischi e batterista dilettante. Dalla sua batteria – una Premier “Kenny Clarke” – ero attratto fin da quando portavo il pannolone, e ci sono foto di quell’epoca che mi ritraggono già con le bacchette in mano. Ho cominciato a studiare lo strumento all’età di otto anni con Emiliano Pratesi, figlio putativo del cantante Bruno Martino. A mio padre e ad Emiliano devo tutto. Non c’è giorno che non passi sullo strumento ore ed ore, pur continuando regolarmente gli studi liceali. Diversamente da molti batteristi attuali, amo impiegare le spazzole; inoltre, prediligo i piatti Zildjian (in particolare, K e Avedis) e le batterie d’epoca, quelle che hanno fatto la storia del jazz: Leedy, Gretsch, Premier, Ludwig e Slingerland.I miei batteristi preferiti sono Buddy Rich, Shelly Manne e Louis Bellson.Molto ho preso anche da Connie Kay, Chuck Flores, Joe Morello, Frank Isola, Denzil Best, Tiny Kahn, Nick Stabulas, Ed Thigpen, Mel Lewis, Stan Levey, Larry Bunker, Chico Hamilton, Sonny Payne, Rufus Jones, Don Lamond, Gus ed Osie Johnson, Jack Hanna, Shadow Wilson, Ed Shaughnessy, Grady Tate, Oliver Jackson, Bobby Durham, Carl Burnett; tra i boppers, ho una spiccata predilezione per Kenny Clarke, ma apprezzo parecchio pure Philly Joe Jones, Art Blakey, Max Roach, Art Taylor, Roy Haynes, Louis Hayes, Charlie Persip e Billy Higgins; dei batteristi d’avanguardia mi piacciono Han Bennink e Rob Verdurmen. Grandi stimoli mi vengono, poi, dai maestri dello swing (Chick Webb, Gene Krupa, Papa Jo Jones, Sidney Catlett, Cozy Cole e Ray McKinley) e del jazz tradizionale, sia nero (Baby Dodds, Zutty Singleton e Sonny Greer) che bianco (Dave Tough, Ray Bauduc e George Wettling). Tra i più moderni, stimo Vinnie Colaiuta, Steve Gadd e Dennis Chambers, dei quali, però, non approvo le frequenti sortite nel campo della fusion e del jazz-rock, stili commerciali che detesto. Pare che oggi i musicisti di jazz si vergognino di sonare con swing, che è l’elemento basilare del jazz; si sente di tutto nei concerti: tempi dispari, ritmi latini, ritmi funky, bosse nove. Tutto, tranne pezzi swing. Per me aveva perfettamente ragione Duke Ellington quando intitolò un celebre brano It don’t mean a thing if it ain’t got that swing. Nonostante la mia giovanissima età, ho avuto la fortuna di sonare con musicisti del calibro di Gianni Basso, di Dino e Franco Piana, di Franco Cerri, di Bruno De Filippi, di Marcello Rosa, di Antonello Vannucchi, di Andrea Pozza, di Massimo Faraò, di Aldo Zunino, di Giorgio e Dario Rosciglione, di Beverly Lewis, e di essere diventato il batterista titolare del trio di Lanfranco Malaguti con Piero Leveratto. Ricordo, inoltre, che già ad undici anni ebbi modo di sonare con la Roman New Orleans Jazz Band per una sera, allorché sostituii occasionalmente Paolo Rossi. Mi trovo assai meno bene, invece, con i giovani, i quali hanno, solitamente, una profonda ignoranza della storia del jazz, che per loro è una musica che comincia da Coltrane in poi, e seguono inertemente le mode. Io sono molto lontano dai vari Jarrett, Corea, Hancock, Shorter, Garbarek, Brecker, Metheny, Frisell...; detesto il jazz modale, che trovo noioso e ripetitivo, nonché il jazz etnico, perché il jazz è musica statunitense, che strumentisti di qualsiasi nazione possono sonare ad alto livello purché si conformino ai canoni del jazz statunitense. In un assolo un vero jazzista non deve fare dell’agonismo muscolare con interminabili e prevedibili scale, ma, come asseriva Lester Young, raccontare una storia. Concordo appieno con Gianni Basso quando sostiene che il jazz è la musica «delle tre B: Bop, Ballads e Blues». Un’altra cosa che non sopporto è il diffuso preoncetto in base al quale il jazz sarebbe nero, africano e viscerale, per cui i bianchi sonerebbero un jazz “minore”. Molto spesso, invece, è vero l’esatto contrario; né è corretto sminuire artisti che abbiano una sensibilità impressionistica e siano colti e raffinati. La verità è che è necessario possedere un’approfondita conoscenza della storia del jazz per poter sonare bene questa musica: io ascolto con pari diletto il tradizionale, lo swing, il bop, il progressive, il cool e il primo hard bop. Più vicini alla mia sensibilità sono musicisti come Charlie Parker, Lester Young, Bix Beiderbecke, Duke Ellington, Count Basie, Artie Shaw, Woody Herman, Bud Powell, Lennie Tristano, Warne Marsh, Paul Desmond, John La Porta, Stan Getz, Zoot Sims, Serge Chaloff, Gerry Mulligan, Chet Baker, Tony Scott, Lars Gullin, Clifford Brown, Bennie Golson, Art Farmer, Milt Jackson, Ray Brown e Stan Kenton, per il quale ho una passione particolare. Né disdegno certa avanguardia (Dolphy, Ayler, Dixon, Lacy, Breuker e la Vienna Art Orchestra). Il mio stile di gran lunga preferito è, però, il californiano perché si tratta della forma di jazz più raffinata, colta, misurata e mai casuale, ma molto arrangiata e sorvegliata, fondata su elementi di nobile ascendenza quali la fuga e il contrappunto, e per di più ricca di uno swing straordinariamente marcato: l’ideale per un batterista che non abbia la concezione “percussionistica” e metricamente libera alla Motian, oggi di moda, ma, come me, s’ispiri ai massimi accompagnatori ed insuperabili solisti, quali, appunto, Rich, Manne e Bellson. Il mio mondo è quello di Shorty Rogers e di Frank Rosolino, di Jack Sheldon e di Conte Candoli, di Maynard Ferguson e di John Graas, di Art Pepper e di Bud Shank, di Lennie Niehaus e di Gabe Baltazar, di Herb Geller e di Joe Maini, di Jimmy Giuffre e di Bob Cooper, di Jack Montrose e di Bob Enevoldsen, di Bill Perkins e di Richie Kamuca, di Bill Holman e di Dave Pell, di Bob Gordon e di Buddy Collette, di Barney Kessel e di Russ Freeman, di Hampton Hawes e di Claude Williamson, di Howard Rumsey e di Harry Babasin, di Leroy Vinnegar e di Curtis Counce, di Terry Gibbs e di Gene Roland, di Marty Paich e di Bill Russo, di Duane Tatro e di tanti e tanti altri artisti di una classe assolutamente inarrivabile. In questo disco ho voluto inserire molte delle mie composizioni preferite firmate da alcuni dei massimi capiscuola di questa corrente jazzistica, che intendo contribuire a rilanciare, perché a torto dimenticata. Desidero ringraziare Lanfranco e Piero, musicisti straordinari, che hanno collaborato in maniera eccezionale a questo mio progetto. Dedico il disco alla memoria di mio nonno Peppino, dolcissimo e indimenticabile compagno di giochi della mia infanzia. Gianmarco Lanza |
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