INTERVISTA
Che effetto ti ha fatto essere considerato lo
scorso anno dalla critica tra i cinque migliori nuovi talenti del jazz
italiano e unico batterista votato?
Molto piacere, ovviamente, considerato il fatto che avevo solo diciotto
anni e che mi hanno votato per un disco – quello con Malaguti
e Leveratto – inciso quando ne avevo sedici. Ringrazio di cuore
i critici, ma non mi monto la testa. Ho tanto da imparare ancora!
Ormai tutti sanno, anche all’estero, che
ti sei posto come programma il rilancio del jazz californiano. Perché
hai scelto questo stile, che ha avuto una scarsa fortuna presso la critica?
Perché è quello a me più congeniale. Io amo tutto
il vero jazz: dal New Orleans ad Eric Dolphy, ma gli stili più
raffinati sono senza discussioni proprio il cool ed il californiano,
che del cool è un’intelligente evoluzione. Ha preso il
meglio della tradizione: da Parker – che, insieme ad Art Pepper,
ritengo il massimo genio espresso dal jazz – ha derivato la componente
boppistica; da Tristano il cool; da Lester Young e da Basie lo swing
di Kansas City. Mettici, poi, grazie a Darius Milhaud e a Wesley La
Violette, un perfetto dominio della musica classica (le fughe e i contrappunti
dei californiani sono insuperabili) ed hai una miscela ineguagliabile.
Hanno scritto che il West Coast sarebbe una musica snervata, una “stolta
melassa”. Sono sciocchezze madornali. I californiani hanno più
swing di tutti. E non è un caso che con loro abbiano inciso molto
Harry Edison e Benny Carter.
C’è qualche altro aspetto del jazz
californiano che ami?
Come ho detto più volte, io non sopporto il jazz approssimativo
e sbracato delle jam sessions, dove tutti mostrano i muscoli per superarsi
a vicenda, con assolo torrenziali e scarsa o nulla cura formale. Il
californiano è agli antipodi di tutto ciò: arrangiamento
e composizione sono basilari e gli assolo hanno una funzione molto importante,
ma non sono tutto.
Lo sforzo compositivo dei musicisti della West Coast è stato
enorme. Non si può stare sempre a sonare gli standard. Un giorno
si capirà appieno la grandezza di personaggi quali Shorty Rogers,
Bill Holman, Marty Paich, Lennie Niehaus, Jimmy Giuffre, Duane Tatro,
Johnny Mandel, Lyle Murphy, Bob Graettinger, Bill Russo, Russ Garcia,
Gene Roland, Pete Rugolo, Johnny Richards...
Perché, secondo te, il West Coast non
ha avuto i favori della critica?
A causa del solito atteggiamento di “razzismo alla rovescia”,
per cui è stato spinto sempre il jazz nero ed è stato
deprezzato quello bianco. E inoltre perché non tutti, ahimè,
sono di gusti raffinati: il californiano è un jazz aristocratico.
E poi non si ha una conoscenza approfondita di questo stile. A parte
i maggiori, andrebbero rivalutati tanti musicisti a torto dimenticati,
come Virgil Gonsalves, Herbie Harper, Jack Quigley, Bob Davis, Johnny
Hamlin, Bob Hardaway, Bob Rogers, Mousie Bonati, Buddy Arnold, Dick
Johnson, Al Belletto, Billy Usselton, Med Flory, Cy Touff, Jack Millman,
Jerry Coker, Lennie Hambro, Ralph Gari, Bill Hitz, Max Bennett, Steve
White, Ronnie Lang, Jack Martin, Harry Babasin, John Pisano e Billy
Bean, l’inglese Ken Moule e gruppi meravigliosi quali il Westchester
Workshop, l’Hollywood Saxophone Jazz Quartet, il Contemporary
Jazz Ensemble di Rochester, i Sandole Brothers, il Westlake College
Quintet e il Chamber Jazz Sextet; tutti californiani: alcuni, se non
geograficamente, stilisticamente.
Con il trio Malaguti-Leveratto-Lanza, con i Lighthouse Giants e con
altre formazioni più ampie che metterò in piedi io farò
rivivere questa musica sublime. È la mia principale aspirazione
assieme a quella di avere un posto importante nella storia della batteria
jazz. Sono programmi ambiziosi – lo so –, ma, se ho un pregio,
questo è la costanza. Sto incollato allo strumento ore ed ore,
sempre.
So che il tuo giudizio sul jazz attuale è
molto negativo. Perché hai questa posizione?
Non sopporto le furbate. Per essere alla moda e conquistare il pubblico
giovanile, troppi musicisti, magari con il pretesto di voler tentare
nuove esperienze artistiche, propongono un repertorio imbastardito da
pezzi rock e fusion, che sono sempre e comunque indice di volgarità
e di insopportabile tendenza commerciale.
Io ritengo che, se un jazzista non ce la fa ad andare avanti economicamente,
dovrebbe trovarsi un altro lavoro; non c’è nulla di male
in questo. Ma non si deve tradire se stessi sporcando la propria immagine.
A sedici anni ho rifiutato le proposte di un paio tra i più celebri
cantautori italiani, che mi volevano assolutamente nei loro gruppi e
che mi avrebbero ricoperto d’oro. Ma io sono un purista ad oltranza
ed amo solo sonare musica d’arte.
Il jazz è swing: punto e basta. E mi garbano poco pure le bosse
e molti ritmi latini (non l’afro-cubano, che ha maggiore “jazzità”);
comunque, li suono perché hanno una dignità molto superiore
ai ritmi rock. Ma si tratta sempre di musiche che, in fondo, hanno una
certa dose di commercialità, anche se le suona un dio come Stan
Getz. Brasiliani e argentini sono i migliori del mondo nel gioco del
calcio, ma la loro musica con il jazz c’entra poco o nulla. Ed
io sono contrario a qualsiasi tipo di contaminazione. La sola parola
“contaminazione” mi dà sui nervi.
Che ne pensi del jazz europeo, e italiano in
particolare?
Come ho già scritto, il jazz è musica degli Stati Uniti
d’America e qualsiasi jazzista di qualsivoglia parte del mondo
può sonarla a livelli altissimi purché si conformi completamente
ai canoni del jazz statunitense. Ma proporre una via scandinava o balcanica
o mitteleuropea o padana o partenopea al jazz è semplicemente
ridicolo.
L’Europa è stata ed è piena di ottimi strumentisti,
e così l’Italia; ma, se si vuole essere seri e non prendere
in giro se stessi ed il pubblico, si deve sonare jazz in tutto e per
tutto statunitense.
Ti faccio un esempio: chiunque può preparare un’ottima
ribollita o dei fantastici bucatini all’amatriciana, anche un
cinese, un peruviano o un congolese; ma se, invece dell’olio d’oliva,
del cavolo nero e del timo, e – nel caso dell’amatriciana
– del guanciale e del pecorino romano, ci mette l’olio di
sesamo, la soia e le alghe, allora tutto farà meno che una vera
ribollita o una vera amatriciana.
Più volte ti sei espresso molto negativamente
sul jazz modale. Perché?
È noioso e ripetitivo sino allo sfinimento. Mentre i musicisti
improvvisano, so già mezzora prima quello che faranno. E questo
è la morte della vera improvvisazione jazz.
Non è un mistero che io abbia scarsa simpatia per Miles Davis,
assurdamente osannato, oggi, come il più grande musicista della
storia del jazz. Ridicolo. Aveva solo un bel suono; ma, quanto a suono,
Chet Baker lo aveva assai migliore ed in più sonava la tromba
a tutt’altro livello. La gente è malata di un’incomprensibile
idolatria nei suoi confronti. I suoi assolo sono pieni di stecche. Con
quella vocina balbettante e fallosa ha rovinato i dischi di Parker (immaginatevi
al suo fianco non solo mostri come Gillespie o Navarro, ma anche un
Dorham o un McGhee). Come trombettista cool, senza scomodare Chet, gli
preferisco Don Ferrara e John Eardley, e non nomino nemmeno californiani
del calibro di Conte Candoli, di Jack Sheldon o di Shorty Rogers. Come
trombettista hard bop, beh, il confronto con un gigante come Clifford
Brown, o con Booker Little o con Art Farmer è francamente improponibile.
Davis ha avuto il fiuto di trovarsi sempre al posto giusto nel momento
giusto e di scegliersi, almeno fino al periodo elettrico, fior di musicisti.
Tutto qui. Certo, alcuni dischi sono dei veri capolavori, soprattutto
per merito dei suoi partners (penso a Workin’, Steamin’,
Relaxin’, Cookin’, Kind of blue, My funny Valentine e soprattutto
Birth of the cool), ma cosa sarebbero questi dischi senza artisti come
John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones, Wynton
Kelly, Bill Evans, Gerry Mulligan, Lee Konitz, John Lewis, Gil Evans
e compagnia bella? No, non è questo dio che vogliono far credere.
Tutt’altro. E poi quell’indecorosa fine da pagliaccio rockettaro
ne marchia in modo indelebile una carriera assurdamente pompata da una
stampa sempre generosa con i musicisti tecnicamente modesti ed incomprensibilmente
critica nei confronti dei musicisti veramente padroni dei propri strumenti;
penso ai demenziali giudizi su un Art Tatum, su un Oscar Peterson, sul
fantastico Harry James o sui sommi strumentisti della West Coast.
Di Coltrane cosa pensi?
Coltrane era infinitamente più artista di Davis ed è
stato un gigante; le sue incisioni, fino ai primi Impulse, sono affascinanti.
Purtroppo però ha ingenerato una moda insopportabile, una involontaria
tirannia: dagli anni Sessanta ad oggi tutti suonano come lui, perché
è un musicista facile da imitare, peraltro troppo ieratico e
privo di un minimo di autoironia. Non se ne può più dei
gargarismi di questi ottusi e rozzi soffiatori.
Trovare un tenorista raffinato alla Getz, alla Sims, alla Cohn, alla
Bob Cooper, alla Jack Montrose, alla Richie Kamuca, alla Bill Perkins,
alla Bill Holman, alla Dave Pell, alla Mike Cuozzo, alla Phil Urso è
oggi pressoché impossibile. Si provassero, questi coltraniani
in formato tascabile, ad imitare artisti inimitabili come Eric Dolphy
o Warne Marsh o Sonny Rollins o Art Pepper o Paul Desmond o Pee Wee
Russell! E che dire di quella moda del soprano, strumento dalla sonorità
insopportabile, eccezion fatta che per pochi: Gene Roland, Steve Lacy,
Lucky Thompson?
Lo stesso pianismo di McCoy Tyner, pur efficace e ricco di pathos, è
troppo ripetitivo. Dio che differenza con un Wynton Kelly, un Red Garland,
un Hank Jones, un Tommy Flanagan, un Sonny Clark, un Kenny Drew, tanto
per restare al pianismo nero hard bop!
E di Bill Evans?
Stiamo parlando di un grosso artista. Io, però, apprezzo in
particolare l’Evans degli esordi, quello che sonava con Tony Scott
e con Hal McKusick, due musicisti che adoro. Poi è diventato
un po’ monocorde e mi pare una riduzione in ventiquattresimo di
Lennie Tristano. Gli preferisco di molto Ronnie Ball e Sal Mosca. E
quel famoso trio, con quella mania dell’interplay (che va tanto
di moda), è agli antipodi della mia concezione musicale: io amo
i bassisti che fanno i bassisti e non i sonatori di ukulele, e i batteristi
che fanno i batteristi e non i “coloristi”.
Cosa pensi di Hancock, Corea e Jarrett?
Tutto il male possibile. Si tratta di gente che – pur sapendo,
ovviamente, sonare – ha rovinato il jazz, orientandolo astutamente
verso la fusione con il rock a fini esclusivamente commerciali. Detesto
profondamente loro, i loro gruppi e i loro musicisti. In particolare
i Weather Report, l’Electric Band, la Mahavishnu di McLaughlin,
i gruppi di Metheny, di Di Meola, di Scofield, che tanto hanno pervertito
il gusto delle giovani generazioni.
E del free?
Ho stima di sperimentatori seri come Bill Dixon, Steve Lacy, Albert
Ayler, Roswell Rudd, Muhal Richard Abrams, Anthony Braxton e, in Europa,
Albert Mangelsdorff, Willem Breuker e Mathias Ruegg, anche se sono molto
lontano dalla loro musica.
Del free, oggi, resta poco o nulla. È stato un vicolo cieco imboccato
non solo per amore della ricerca, ma anche per opportunismo demagogico,
per moda o per incapacità strumentale. Prendi il mio strumento:
Sunny Murray è un batterista privo della tecnica più elementare;
ma Han Bennink, pur nel suo stile eterodosso, è un grande strumentista.
È vero che preferisci i musicisti bianchi
a quelli neri?
È chiaro che io sono più vicino alla sensibilità
bianca. Per cui mi sono più congeniali Bix, Chet, Stan Kenton,
Woody Herman, tutte le orchestre swing bianche (con in testa Artie Shaw
e Glenn Miller), Bud Freeman, Frankie Trumbauer, Eddie Miller, Bunny
Berigan, Harry James, Jack Teagarden, Benny Goodman, Dodo Marmarosa,
George Wallington, oltre, ovviamente, ai musicisti cool e californiani,
ai quali mi rifaccio. Però uno dei miei californiani preferiti
è sicuramente Buddy Collette, che è nero; e così
dicasi per Carl Perkins, Hampton Hawes, Frank Morgan, Curtis Counce
e Leroy Vinnegar.
E poi passo ore ad ascoltare Lester Young, senza il quale il cool e
il californiano non esisterebbero. Adoro Basie ed Ellington, Parker
e Gillespie, Clifford Brown, Bud Powell, i Jazz Messengers, Cannonball,
Benny Golson, il primo Harold Land, Gene Ammons, Dexter Gordon e Wardell
Gray, Tadd Dameron, tutto il New Orleans e lo Swing. No, senza i neri
il jazz non esisterebbe. Ma non esisterebbe nemmeno senza i bianchi,
specie gli italiani, e senza gli ebrei.
Hai sempre detto che Buddy Rich, Shelly Manne
e Louis Bellson sono i batteristi ai quali ti rifai. C’è
qualche batterista nero che ammiri in particolare?
Io amo soprattutto i batteristi da big band e tra i neri ho una predilezione
per Rufus Jones e per Sonny Payne.
Tra i boppers, preferisco nettamente Kenny Clarke, il cui apporto all’evoluzione
della batteria è stato imprescindibile. Ecco, il bop per me è
fondamentale; lo amo molto e ritengo che non sia possibile oggi sonare
del vero jazz se non lo si conosce a fondo.
Nell’Autoritratto avevo inspiegabilmente dimenticato un batterista
bianco che ammiro in maniera particolare; si tratta del più metronomico
accompagnatore che io conosca: Jeff Morton, il più perfetto batterista
cool. Come batterista per piccolo complesso ho ascoltato attentamente
Larry Bunker, con il quale ho molte cose in comune.
Nella tua lunga lista di batteristi che figura
nel tuo “Autoritratto” pubblicato nelle note di copertina
del tuo primo disco non menzioni né Elvin Jones, né Tony
Williams. Perché?
Elvin è un grande batterista, ma troppo africano e con una tendenza
a spezzare eccessivamente il ritmo. Inoltre, come Philly Joe Jones,
è un eccezionale comprimario, ma un modesto leader, a differenza
di un Art Blakey o di un Max Roach.
Williams suona troppo forte ed è distante anni-luce dal mio mondo,
così come De Johnnette, Peter Erskine e Paul Motian, il quale
ha una tecnica mediocre. No, francamente, questi ultimi non mi piacciono
affatto. Se penso che i critici hanno afflitto per anni il povero Danny
Barcellona, che la batteria – te lo garantisco – la sapeva
sonare sul serio...
E dei più moderni?
Vinnie Colaiuta è un batterista strepitoso, e così Dennis
Chambers; Steve Gadd è un accompagnatore formidabile e pure Dave
Weckl ha una gran tecnica. Peccato che suonino quasi sempre musica commerciale.
Ma sono batteristi di immenso valore. Se si dedicassero di più
al jazz autentico, avrebbero un posto importantissimo nella storia della
batteria jazz.
Cosa risponderesti a quegli appassionati che
sostengono che il jazz è morto?
Che sono dei disfattisti.
È vero che i grandi creatori sono morti, ma ciò non vuol
dire affatto che il jazz sia morto.
In meno di un secolo il jazz ha fatto il cammino millenario che la musica
europea ha percorso dalla musica greco-romana a quella medievale, giù
giù sino all’avanguardia. Ma noi abbiamo in più
l’improvvisazione, la quale fa sì che ogni solista possa
esprimersi in modo personale. Per questo non amo quei jazzisti che si
rifanno supinamente a questo o a quel musicista e quegli stessi capiscuola
che, essendo facili da imitare, sono un agevole punto di riferimento
generale. E non concordo nemmeno con quei musicisti che ricreano filologicamente
il jazz del passato, perché il jazz è creatività
pura, non filologia.
Vedi, non è questione di stili: oggi si può sonare in
maniera creativa bop, cool, californiano, hard bop, swing, progressive
e persino tradizionale. Per me Bob Wilber, Kenny Davern o Dick Hyman
sono più moderni di tanti musicisti che fanno avanguardia. No,
il jazz è vivo e vegeto e non si è mai sonato a livelli
tecnici così alti come ora.
Il jazz morirà solo quando scomparirà l’uomo dalla
faccia della Terra.
Il tuo aspetto è diversissimo da quello
dei tuoi coetanei. Perché?
Sì, ho una capigliatura rinascimentale ed amo vestire in giacca
e cravatta. È una questione di rispetto verso se stessi, oltre
che verso il pubblico. Non ho mai seguito le mode, che rendono tutti
uguali. Io non appartengo a nessun branco e voglio essere me stesso,
distinguendomi dagli altri. Certe mode, poi, sono stupide, volgari,
innaturali e pericolose per la salute: mi riferisco al piercing ed ai
tatuaggi, provenienti da ambienti deteriori e da culture inferiori.
Il mio non sarà un discorso “politically correct”,
ma io la penso così.
I ragazzi di oggi somigliano ad avanzi di galera. Le ragazze non hanno
un briciolo di femminilità: vanno in giro con la pancia traforata
e tatuata ben in mostra persino con la neve. Ma hanno mai visto una
Cyd Charisse, un’Ava Gardner, una Hedi Lamarr? La moda è
il trionfo della stupidità. Del resto, questi sono i bei risultati
di una televisione cretina, di una radio imbecille, di un mondo politico
impresentabile e squalificato. Per me, invece, la classe è fondamentale.
Quanto ha contato la tua famiglia nella tua formazione?
Tutto. Mio padre, studioso della letteratura toscana del Medioevo e
del Rinascimento tra i maggiori al mondo, direttore della rivista “Letteratura
italiana antica” (di cui sono il segretario di redazione), è
un grande appassionato di jazz. Ora ha anche fondato un periodico annuale:
“Jazzofilia”. Casa nostra è sempre piena di studiosi
provenienti dai cinque continenti, di musicisti, di artisti, di scienziati:
tutte persone di altissima caratura e molto stimolanti.
Mia madre è una donna straordinaria: il vero perno della famiglia.
Nonostante sia laureata in lettere, si è dedicata completamente
alla famiglia ed è il punto di riferimento di tutti, perché
mio padre non è assolutamente un uomo pratico.
Con mio nonno Peppino – il padre di papà – avevo
un rapporto meraviglioso. Quando è morto, avevo dieci anni. Mi
manca moltissimo. Ma io sono religiosissimo: per cui sono certo che
un giorno potrò rivederlo.
Vivono con noi le nonne, alle quali sono legatissimo. Io sono assolutamente
tradizionalista ed amo i costumi e le tradizioni italiane, compresa
la cucina. Non so cosa sia un fast food e detesto la nouvelle cuisine.
Com’è la tua giornata tipo?
Sveglia alle cinque e mezza; dalle sei alle sette un’ora di batteria,
prima di andare a scuola. Ora che ho terminato il liceo (mi sono iscritto
al DAMS di Roma 2), potrò studiare lo strumento dalle sei a mezzogiorno,
come faccio nei giorni festivi, compatibilmente con la frequenza universitaria.
Poi ascolto dischi sino all’ora di pranzo.
Dopo pranzo faccio sentire i miei progressi sullo strumento a mio padre.
Poi un’oretta di sonno e quindi un altro po’ di pratica
sullo strumento; tre pomeriggi alla settimana viene il mio maestro Emiliano
Pratesi, con il quale studio intensamente la batteria. Le mie materie
preferite sono la storia dell’arte, la letteratura italiana, la
storia del cinema e la storia del teatro.
Dopo cena, accompagno un disco per almeno mezzora e poi vediamo un film;
alle ventitré a letto. Sia i miei che io non amiamo la vita notturna,
nonostante la nostra passione per il jazz. Ogni tanto faccio le prove
con i “Lighthouse Giants” e andiamo a qualche concerto.
Suono poco in giro perché non mi adatto a situazioni che non
mi convincono pienamente; la musica per me è la vita e non mi
va di tradirla.
A Roma non esco mai perché non ho veri amici; inoltre, ancora
non guido la macchina e non ho mai usato motorini e moto perché
li detesto. Ovviamente non ho mai messo piede in una discoteca. Del
resto, a casa ho tutto quel che desidero: tre batterie montate nella
sala hobby della nostra villa, una discoteca formidabile, una vastissima
biblioteca ed una cineteca con migliaia di film.
Passiamo molto tempo nella casa vicino Firenze, nel Chianti fiorentino,
al Poggio alla Croce, che i miei mi hanno regalato per i diciotto anni.
E lì è tutta un’altra musica.
So di questa tua passione per Firenze. Come mai?
Vedi, nella vita io ho quattro passioni: il jazz, la batteria, Firenze
e la Fiorentina.
Pure in questo ho ripreso dal babbo. Lui è romano, ma il suo
amore è tutto per Firenze e per la Fiorentina, anche se ora,
per le note vicende, attraversiamo un momento nerissimo. Hanno salvato
la Lazio e tante altre società di A e di B; solo con Firenze
sono stati spietati. Per fortuna, però, ci hanno restituito in
minima parte ciò che ci avevano tolto, rimettendoci in serie
B.
Sin da quando ero piccolissimo abbiamo passato sempre periodi molto
lunghi a Firenze, che conosco come le mie tasche. Non posso stare più
di due settimane senza andarvi.
Al Poggio alla Croce ho i miei veri grandi amici: Roberto Piccioli detto
“il Ciola”, Massimo Ravenni e Lorenzo Becattini, tutti tifosissimi
viola; meno interessati al calcio sono invece altri due fraterni amici:
Patrizio Nannicini e Gregorio Formiconi. Quando il Ciola seppe che dei
romani avevano acquistato una casa al Poggio, storse il naso. «Ma
no – gli dissero –. Sai che padre e figlio sono tifosissimi
della Fiorentina?». Così, la prima volta che mio padre
ed io eravamo seduti al bar dei Becattini, il Ciola venne dietro di
me e mi mise una sciarpa della Fiorentina al collo. Divenimmo subito
inseparabili.
La domenica mattina, dopo la messa, mangiamo un boccone e con la macchina
di Massimo andiamo allo stadio: ovviamente in curva Fiesole. Poi si
va a mangiare una pizza. Spesso con noi vengono anche altri amici (Gastone
Marconi, Tommaso e Giacomo “Giaggio” Fondelli) e mio padre.
Ho un intero armadio pieno di oggetti della Fiorentina ed ho conosciuto
tutti i principali giocatori della storia viola, comprese due glorie
della Fiorentina del primo scudetto: Ardico Magnini e Beppe Virgili,
detto “Pecos Bill”.
A Roma non hanno molta simpatia per i toscani. Sbagliano grosso. Io
so che a Firenze e in qualunque parte della Toscana (specie ad Anghiari,
dove andiamo spessissimo, e a Bolgheri, dove passiamo sempre il mese
di luglio e parte di agosto) siamo pieni di amici. E poi al Poggio alla
Croce, dove ho la residenza, sono stato “adottato” da tutto
il paese; mi stimano tanto che, per illustrare ad una televisione del
Valdarno i problemi dell’acquedotto, il marchese Carlo Viviani
della Robbia, insigne amico, ha mandato proprio me: l’ultimo arrivato!
Nel luglio di quest’anno l’SMS del Poggio alla Croce ha
organizzato un memorabile concerto dei miei Lighthouse Giants, al quale
sono intervenute le più alte autorità di Greve in Chiant
e di Incisa.
Torniamo al jazz. Mi fai l’elenco dei musicisti
che preferisci strumento per strumento?
Con piacere. Tromba: Shorty Rogers (e, tra i neri, Clifford Brown).
Trombone: Frank Rosolino: per me esiste solo lui. Corno francese: John
Graas. Clarinetto: Jimmy Giuffre e Bill Smith (ma amo molto pure Tony
Scott). Sax soprano: Gene Roland. Sax contralto: qui devo fare due nomi,
ossia Art Pepper e Charlie Parker; ma adoro anche l'immenso Bud Shank,
il lirico Paul Desmond e Lennie Niehaus. Sax tenore: Stan Getz. Sax
baritono: Serge Chaloff (ma cito anche Gerry Mulligan e Lars Gullin).
Flauto: Bud Shank. Pianoforte: Russ Freeman. Chitarra: Barney Kessel.
Violino: Joe Venuti. Vibrafono: Milt Jackson. Contrabbasso: Ray Brown.
Batteria: per grande orchestra, Buddy Rich; per piccolo complesso, Shelly
Manne. Compositore: Shorty Rogers. Arrangiatore: Bill Holman. Grande
orchestra: Stan Kenton. Piccolo complesso: Giants di Shorty Rogers.
Cantante uomo: Mel Tormé. Cantante donna: June Christy (ma amo
molto anche Ann Richards).
E se ti dicessi un nome su tutti?
Non ho dubbi: Stan Kenton. Un immenso direttore d’orchestra,
compositore, arrangiatore e finissimo pianista. E poi era un vero gentiluomo;
nessuno si è mai presentato al pubblico in modo più signorile
e raffinato di lui. Per me la forma conta moltissimo. Anche in questo
è il mio modello.
Che strumento usi?
Io suono solo batterie d’epoca, degli anni Sessanta o Cinquanta:
Gretsch, Ludwig, Premier e Slingerland; sto cercando una Leedy modello
Shelly Manne, ma non sono ancora riuscito a trovarla.
Studio molto le timbriche dei piatti perché mi piace sceglierli
a seconda degli strumenti che devo accompagnare. Ne ho moltissimi.
In genere come ride preferisco quelli medium-thin perché più
versatili e di attacco immediato. Il mio piatto base è un Custom
Dark Ride K Zildjian da 20’ che – in linea con la migliore
tradizione della batteria jazz – tengo basso e vicinissimo al
rullante e al tom (ne impiego rigorosamente uno solo; ma amo sonare
con due timpani). Poi uso molto un Sizzle Ride da 20’ Istanbul
e uno Swish Knocker Avedis Zildjian da 22’; talora un Pang Avedis
Zildjian da 20’ (questi due ultimi quando accompagno gli ottoni);
un Custom Ride K Zildjian da 22’, molto aggressivo, adatto per
formazioni consistenti; in trio monto sempre un Flat Ride Istanbul da
20’, che considero il piatto migliore per accompagnare la chitarra.
Ho, però, anche degli heavy ride, utili per l’hard bop
e deliziosi per accompagnare il pianoforte: un Deep Ride Avedis Zildjian
da 22’, un Dark Ride Paiste Sound Creation (prima serie) da 22’,
un Ping Tosco con tre chiodi da 20’ ed un singolare extra heavy:
un Earth Ride Avedis Zildjian da 20’, che impiego in casi molto
particolari, come, del resto, un Bell Paiste da 8’ della serie
Seven Sound Set.
Come crash, a seconda delle esigenze, uso due Custom Dark Crash K Zildjian
da 15’ e da 18’, un Dark Crash Thin K Zildjian da 17’,
un Paper Thin Crash Avedis Zildjian da 16’, un Sabian O-zone Crash
da 18’ ed un Rocktagon Sabian pure da 18’ (piatto, quest’ultimo,
molto amato da Jeffrey Watts), un Mini-China K Zildjian da 14’,
un Oriental China Trash Sound Effects Zildjian da 18’ e uno Swish
Avedis Zildjian sempre da 18’, due Splash K Zildjian da 8’
e da 12’. Per effetti speciali uso, infine, un EFX Piggyback Sound
Effects Zildjian da 12’, che in genere accoppio con il Custom
Dark Crash K Zildjian da 18’.
Due gli Hi Hats, a seconda delle esigenze: K Zildjian da 13’ e
Quick Beat Avedis Zildjian da 14’.
Come bacchette uso le Vic Firth SD 4 Combo; come spazzole, le Regal
Tip Clayton Cameron; come mallets, i Ludwig.
Sei soddisfatto di come suoni oggi?
La cosa che preferisco è studiare a fondo lo strumento (ora
mi sto concentrando sulle poliritmie). Non salto un giorno, mai. Ho
fatto molti progressi, ma i miei margini di miglioramento sono ancora
grandi. Non mi sento assolutamente arrivato. Guai. Mai cullarsi sugli
allori. Il cammino è ancora lunghissimo.
Preferisci i piccoli complessi o la grande orchestra?
Io sono un batterista tecnico ed amo molto le sortite solistiche. Per
cui il mio sbocco più naturale è certamente la grande
orchestra: questa è la mia massima aspirazione.
Ma adoro sonare anche nei piccoli gruppi, poiché impiego molto
volentieri le spazzole, alle quali dedico un paio di ore di studio tutti
i giorni. Mi trovo meravigliosamente sia nel trio con Malaguti e Leveratto
che con i Lighthouse Giants.
La cosa più importante è selezionare drasticamente le
situazioni musicali e non perdere tempo. Io sono un purista assoluto:
posso sonare West Coast e cool, bop, hard bop e mainstream, ma a patto
che si suoni con swing.
Il tuo sogno nel cassetto?
Formare una grande orchestra che suoni il repertorio californiano.
Prima o poi ci riuscirò senz’altro.
Intervista raccolta da FULVIO ROCCATANO.
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