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INTERVISTA

Che effetto ti ha fatto essere considerato lo scorso anno dalla critica tra i cinque migliori nuovi talenti del jazz italiano e unico batterista votato?

Molto piacere, ovviamente, considerato il fatto che avevo solo diciotto anni e che mi hanno votato per un disco – quello con Malaguti e Leveratto – inciso quando ne avevo sedici. Ringrazio di cuore i critici, ma non mi monto la testa. Ho tanto da imparare ancora!

Ormai tutti sanno, anche all’estero, che ti sei posto come programma il rilancio del jazz californiano. Perché hai scelto questo stile, che ha avuto una scarsa fortuna presso la critica?

Perché è quello a me più congeniale. Io amo tutto il vero jazz: dal New Orleans ad Eric Dolphy, ma gli stili più raffinati sono senza discussioni proprio il cool ed il californiano, che del cool è un’intelligente evoluzione. Ha preso il meglio della tradizione: da Parker – che, insieme ad Art Pepper, ritengo il massimo genio espresso dal jazz – ha derivato la componente boppistica; da Tristano il cool; da Lester Young e da Basie lo swing di Kansas City. Mettici, poi, grazie a Darius Milhaud e a Wesley La Violette, un perfetto dominio della musica classica (le fughe e i contrappunti dei californiani sono insuperabili) ed hai una miscela ineguagliabile.
Hanno scritto che il West Coast sarebbe una musica snervata, una “stolta melassa”. Sono sciocchezze madornali. I californiani hanno più swing di tutti. E non è un caso che con loro abbiano inciso molto Harry Edison e Benny Carter.

C’è qualche altro aspetto del jazz californiano che ami?

Come ho detto più volte, io non sopporto il jazz approssimativo e sbracato delle jam sessions, dove tutti mostrano i muscoli per superarsi a vicenda, con assolo torrenziali e scarsa o nulla cura formale. Il californiano è agli antipodi di tutto ciò: arrangiamento e composizione sono basilari e gli assolo hanno una funzione molto importante, ma non sono tutto.
Lo sforzo compositivo dei musicisti della West Coast è stato enorme. Non si può stare sempre a sonare gli standard. Un giorno si capirà appieno la grandezza di personaggi quali Shorty Rogers, Bill Holman, Marty Paich, Lennie Niehaus, Jimmy Giuffre, Duane Tatro, Johnny Mandel, Lyle Murphy, Bob Graettinger, Bill Russo, Russ Garcia, Gene Roland, Pete Rugolo, Johnny Richards...

Perché, secondo te, il West Coast non ha avuto i favori della critica?

A causa del solito atteggiamento di “razzismo alla rovescia”, per cui è stato spinto sempre il jazz nero ed è stato deprezzato quello bianco. E inoltre perché non tutti, ahimè, sono di gusti raffinati: il californiano è un jazz aristocratico.
E poi non si ha una conoscenza approfondita di questo stile. A parte i maggiori, andrebbero rivalutati tanti musicisti a torto dimenticati, come Virgil Gonsalves, Herbie Harper, Jack Quigley, Bob Davis, Johnny Hamlin, Bob Hardaway, Bob Rogers, Mousie Bonati, Buddy Arnold, Dick Johnson, Al Belletto, Billy Usselton, Med Flory, Cy Touff, Jack Millman, Jerry Coker, Lennie Hambro, Ralph Gari, Bill Hitz, Max Bennett, Steve White, Ronnie Lang, Jack Martin, Harry Babasin, John Pisano e Billy Bean, l’inglese Ken Moule e gruppi meravigliosi quali il Westchester Workshop, l’Hollywood Saxophone Jazz Quartet, il Contemporary Jazz Ensemble di Rochester, i Sandole Brothers, il Westlake College Quintet e il Chamber Jazz Sextet; tutti californiani: alcuni, se non geograficamente, stilisticamente.
Con il trio Malaguti-Leveratto-Lanza, con i Lighthouse Giants e con altre formazioni più ampie che metterò in piedi io farò rivivere questa musica sublime. È la mia principale aspirazione assieme a quella di avere un posto importante nella storia della batteria jazz. Sono programmi ambiziosi – lo so –, ma, se ho un pregio, questo è la costanza. Sto incollato allo strumento ore ed ore, sempre.

So che il tuo giudizio sul jazz attuale è molto negativo. Perché hai questa posizione?

Non sopporto le furbate. Per essere alla moda e conquistare il pubblico giovanile, troppi musicisti, magari con il pretesto di voler tentare nuove esperienze artistiche, propongono un repertorio imbastardito da pezzi rock e fusion, che sono sempre e comunque indice di volgarità e di insopportabile tendenza commerciale.
Io ritengo che, se un jazzista non ce la fa ad andare avanti economicamente, dovrebbe trovarsi un altro lavoro; non c’è nulla di male in questo. Ma non si deve tradire se stessi sporcando la propria immagine. A sedici anni ho rifiutato le proposte di un paio tra i più celebri cantautori italiani, che mi volevano assolutamente nei loro gruppi e che mi avrebbero ricoperto d’oro. Ma io sono un purista ad oltranza ed amo solo sonare musica d’arte.
Il jazz è swing: punto e basta. E mi garbano poco pure le bosse e molti ritmi latini (non l’afro-cubano, che ha maggiore “jazzità”); comunque, li suono perché hanno una dignità molto superiore ai ritmi rock. Ma si tratta sempre di musiche che, in fondo, hanno una certa dose di commercialità, anche se le suona un dio come Stan Getz. Brasiliani e argentini sono i migliori del mondo nel gioco del calcio, ma la loro musica con il jazz c’entra poco o nulla. Ed io sono contrario a qualsiasi tipo di contaminazione. La sola parola “contaminazione” mi dà sui nervi.

Che ne pensi del jazz europeo, e italiano in particolare?

Come ho già scritto, il jazz è musica degli Stati Uniti d’America e qualsiasi jazzista di qualsivoglia parte del mondo può sonarla a livelli altissimi purché si conformi completamente ai canoni del jazz statunitense. Ma proporre una via scandinava o balcanica o mitteleuropea o padana o partenopea al jazz è semplicemente ridicolo.
L’Europa è stata ed è piena di ottimi strumentisti, e così l’Italia; ma, se si vuole essere seri e non prendere in giro se stessi ed il pubblico, si deve sonare jazz in tutto e per tutto statunitense.
Ti faccio un esempio: chiunque può preparare un’ottima ribollita o dei fantastici bucatini all’amatriciana, anche un cinese, un peruviano o un congolese; ma se, invece dell’olio d’oliva, del cavolo nero e del timo, e – nel caso dell’amatriciana – del guanciale e del pecorino romano, ci mette l’olio di sesamo, la soia e le alghe, allora tutto farà meno che una vera ribollita o una vera amatriciana.

Più volte ti sei espresso molto negativamente sul jazz modale. Perché?

È noioso e ripetitivo sino allo sfinimento. Mentre i musicisti improvvisano, so già mezzora prima quello che faranno. E questo è la morte della vera improvvisazione jazz.
Non è un mistero che io abbia scarsa simpatia per Miles Davis, assurdamente osannato, oggi, come il più grande musicista della storia del jazz. Ridicolo. Aveva solo un bel suono; ma, quanto a suono, Chet Baker lo aveva assai migliore ed in più sonava la tromba a tutt’altro livello. La gente è malata di un’incomprensibile idolatria nei suoi confronti. I suoi assolo sono pieni di stecche. Con quella vocina balbettante e fallosa ha rovinato i dischi di Parker (immaginatevi al suo fianco non solo mostri come Gillespie o Navarro, ma anche un Dorham o un McGhee). Come trombettista cool, senza scomodare Chet, gli preferisco Don Ferrara e John Eardley, e non nomino nemmeno californiani del calibro di Conte Candoli, di Jack Sheldon o di Shorty Rogers. Come trombettista hard bop, beh, il confronto con un gigante come Clifford Brown, o con Booker Little o con Art Farmer è francamente improponibile. Davis ha avuto il fiuto di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto e di scegliersi, almeno fino al periodo elettrico, fior di musicisti. Tutto qui. Certo, alcuni dischi sono dei veri capolavori, soprattutto per merito dei suoi partners (penso a Workin’, Steamin’, Relaxin’, Cookin’, Kind of blue, My funny Valentine e soprattutto Birth of the cool), ma cosa sarebbero questi dischi senza artisti come John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones, Wynton Kelly, Bill Evans, Gerry Mulligan, Lee Konitz, John Lewis, Gil Evans e compagnia bella? No, non è questo dio che vogliono far credere. Tutt’altro. E poi quell’indecorosa fine da pagliaccio rockettaro ne marchia in modo indelebile una carriera assurdamente pompata da una stampa sempre generosa con i musicisti tecnicamente modesti ed incomprensibilmente critica nei confronti dei musicisti veramente padroni dei propri strumenti; penso ai demenziali giudizi su un Art Tatum, su un Oscar Peterson, sul fantastico Harry James o sui sommi strumentisti della West Coast.

Di Coltrane cosa pensi?

Coltrane era infinitamente più artista di Davis ed è stato un gigante; le sue incisioni, fino ai primi Impulse, sono affascinanti. Purtroppo però ha ingenerato una moda insopportabile, una involontaria tirannia: dagli anni Sessanta ad oggi tutti suonano come lui, perché è un musicista facile da imitare, peraltro troppo ieratico e privo di un minimo di autoironia. Non se ne può più dei gargarismi di questi ottusi e rozzi soffiatori.
Trovare un tenorista raffinato alla Getz, alla Sims, alla Cohn, alla Bob Cooper, alla Jack Montrose, alla Richie Kamuca, alla Bill Perkins, alla Bill Holman, alla Dave Pell, alla Mike Cuozzo, alla Phil Urso è oggi pressoché impossibile. Si provassero, questi coltraniani in formato tascabile, ad imitare artisti inimitabili come Eric Dolphy o Warne Marsh o Sonny Rollins o Art Pepper o Paul Desmond o Pee Wee Russell! E che dire di quella moda del soprano, strumento dalla sonorità insopportabile, eccezion fatta che per pochi: Gene Roland, Steve Lacy, Lucky Thompson?
Lo stesso pianismo di McCoy Tyner, pur efficace e ricco di pathos, è troppo ripetitivo. Dio che differenza con un Wynton Kelly, un Red Garland, un Hank Jones, un Tommy Flanagan, un Sonny Clark, un Kenny Drew, tanto per restare al pianismo nero hard bop!

E di Bill Evans?

Stiamo parlando di un grosso artista. Io, però, apprezzo in particolare l’Evans degli esordi, quello che sonava con Tony Scott e con Hal McKusick, due musicisti che adoro. Poi è diventato un po’ monocorde e mi pare una riduzione in ventiquattresimo di Lennie Tristano. Gli preferisco di molto Ronnie Ball e Sal Mosca. E quel famoso trio, con quella mania dell’interplay (che va tanto di moda), è agli antipodi della mia concezione musicale: io amo i bassisti che fanno i bassisti e non i sonatori di ukulele, e i batteristi che fanno i batteristi e non i “coloristi”.

Cosa pensi di Hancock, Corea e Jarrett?

Tutto il male possibile. Si tratta di gente che – pur sapendo, ovviamente, sonare – ha rovinato il jazz, orientandolo astutamente verso la fusione con il rock a fini esclusivamente commerciali. Detesto profondamente loro, i loro gruppi e i loro musicisti. In particolare i Weather Report, l’Electric Band, la Mahavishnu di McLaughlin, i gruppi di Metheny, di Di Meola, di Scofield, che tanto hanno pervertito il gusto delle giovani generazioni.

E del free?

Ho stima di sperimentatori seri come Bill Dixon, Steve Lacy, Albert Ayler, Roswell Rudd, Muhal Richard Abrams, Anthony Braxton e, in Europa, Albert Mangelsdorff, Willem Breuker e Mathias Ruegg, anche se sono molto lontano dalla loro musica.
Del free, oggi, resta poco o nulla. È stato un vicolo cieco imboccato non solo per amore della ricerca, ma anche per opportunismo demagogico, per moda o per incapacità strumentale. Prendi il mio strumento: Sunny Murray è un batterista privo della tecnica più elementare; ma Han Bennink, pur nel suo stile eterodosso, è un grande strumentista.

È vero che preferisci i musicisti bianchi a quelli neri?

È chiaro che io sono più vicino alla sensibilità bianca. Per cui mi sono più congeniali Bix, Chet, Stan Kenton, Woody Herman, tutte le orchestre swing bianche (con in testa Artie Shaw e Glenn Miller), Bud Freeman, Frankie Trumbauer, Eddie Miller, Bunny Berigan, Harry James, Jack Teagarden, Benny Goodman, Dodo Marmarosa, George Wallington, oltre, ovviamente, ai musicisti cool e californiani, ai quali mi rifaccio. Però uno dei miei californiani preferiti è sicuramente Buddy Collette, che è nero; e così dicasi per Carl Perkins, Hampton Hawes, Frank Morgan, Curtis Counce e Leroy Vinnegar.
E poi passo ore ad ascoltare Lester Young, senza il quale il cool e il californiano non esisterebbero. Adoro Basie ed Ellington, Parker e Gillespie, Clifford Brown, Bud Powell, i Jazz Messengers, Cannonball, Benny Golson, il primo Harold Land, Gene Ammons, Dexter Gordon e Wardell Gray, Tadd Dameron, tutto il New Orleans e lo Swing. No, senza i neri il jazz non esisterebbe. Ma non esisterebbe nemmeno senza i bianchi, specie gli italiani, e senza gli ebrei.

Hai sempre detto che Buddy Rich, Shelly Manne e Louis Bellson sono i batteristi ai quali ti rifai. C’è qualche batterista nero che ammiri in particolare?

Io amo soprattutto i batteristi da big band e tra i neri ho una predilezione per Rufus Jones e per Sonny Payne.
Tra i boppers, preferisco nettamente Kenny Clarke, il cui apporto all’evoluzione della batteria è stato imprescindibile. Ecco, il bop per me è fondamentale; lo amo molto e ritengo che non sia possibile oggi sonare del vero jazz se non lo si conosce a fondo.
Nell’Autoritratto avevo inspiegabilmente dimenticato un batterista bianco che ammiro in maniera particolare; si tratta del più metronomico accompagnatore che io conosca: Jeff Morton, il più perfetto batterista cool. Come batterista per piccolo complesso ho ascoltato attentamente Larry Bunker, con il quale ho molte cose in comune.

Nella tua lunga lista di batteristi che figura nel tuo “Autoritratto” pubblicato nelle note di copertina del tuo primo disco non menzioni né Elvin Jones, né Tony Williams. Perché?

Elvin è un grande batterista, ma troppo africano e con una tendenza a spezzare eccessivamente il ritmo. Inoltre, come Philly Joe Jones, è un eccezionale comprimario, ma un modesto leader, a differenza di un Art Blakey o di un Max Roach.
Williams suona troppo forte ed è distante anni-luce dal mio mondo, così come De Johnnette, Peter Erskine e Paul Motian, il quale ha una tecnica mediocre. No, francamente, questi ultimi non mi piacciono affatto. Se penso che i critici hanno afflitto per anni il povero Danny Barcellona, che la batteria – te lo garantisco – la sapeva sonare sul serio...

E dei più moderni?

Vinnie Colaiuta è un batterista strepitoso, e così Dennis Chambers; Steve Gadd è un accompagnatore formidabile e pure Dave Weckl ha una gran tecnica. Peccato che suonino quasi sempre musica commerciale. Ma sono batteristi di immenso valore. Se si dedicassero di più al jazz autentico, avrebbero un posto importantissimo nella storia della batteria jazz.

Cosa risponderesti a quegli appassionati che sostengono che il jazz è morto?

Che sono dei disfattisti.
È vero che i grandi creatori sono morti, ma ciò non vuol dire affatto che il jazz sia morto.
In meno di un secolo il jazz ha fatto il cammino millenario che la musica europea ha percorso dalla musica greco-romana a quella medievale, giù giù sino all’avanguardia. Ma noi abbiamo in più l’improvvisazione, la quale fa sì che ogni solista possa esprimersi in modo personale. Per questo non amo quei jazzisti che si rifanno supinamente a questo o a quel musicista e quegli stessi capiscuola che, essendo facili da imitare, sono un agevole punto di riferimento generale. E non concordo nemmeno con quei musicisti che ricreano filologicamente il jazz del passato, perché il jazz è creatività pura, non filologia.
Vedi, non è questione di stili: oggi si può sonare in maniera creativa bop, cool, californiano, hard bop, swing, progressive e persino tradizionale. Per me Bob Wilber, Kenny Davern o Dick Hyman sono più moderni di tanti musicisti che fanno avanguardia. No, il jazz è vivo e vegeto e non si è mai sonato a livelli tecnici così alti come ora.
Il jazz morirà solo quando scomparirà l’uomo dalla faccia della Terra.

Il tuo aspetto è diversissimo da quello dei tuoi coetanei. Perché?

Sì, ho una capigliatura rinascimentale ed amo vestire in giacca e cravatta. È una questione di rispetto verso se stessi, oltre che verso il pubblico. Non ho mai seguito le mode, che rendono tutti uguali. Io non appartengo a nessun branco e voglio essere me stesso, distinguendomi dagli altri. Certe mode, poi, sono stupide, volgari, innaturali e pericolose per la salute: mi riferisco al piercing ed ai tatuaggi, provenienti da ambienti deteriori e da culture inferiori. Il mio non sarà un discorso “politically correct”, ma io la penso così.
I ragazzi di oggi somigliano ad avanzi di galera. Le ragazze non hanno un briciolo di femminilità: vanno in giro con la pancia traforata e tatuata ben in mostra persino con la neve. Ma hanno mai visto una Cyd Charisse, un’Ava Gardner, una Hedi Lamarr? La moda è il trionfo della stupidità. Del resto, questi sono i bei risultati di una televisione cretina, di una radio imbecille, di un mondo politico impresentabile e squalificato. Per me, invece, la classe è fondamentale.

Quanto ha contato la tua famiglia nella tua formazione?

Tutto. Mio padre, studioso della letteratura toscana del Medioevo e del Rinascimento tra i maggiori al mondo, direttore della rivista “Letteratura italiana antica” (di cui sono il segretario di redazione), è un grande appassionato di jazz. Ora ha anche fondato un periodico annuale: “Jazzofilia”. Casa nostra è sempre piena di studiosi provenienti dai cinque continenti, di musicisti, di artisti, di scienziati: tutte persone di altissima caratura e molto stimolanti.
Mia madre è una donna straordinaria: il vero perno della famiglia. Nonostante sia laureata in lettere, si è dedicata completamente alla famiglia ed è il punto di riferimento di tutti, perché mio padre non è assolutamente un uomo pratico.
Con mio nonno Peppino – il padre di papà – avevo un rapporto meraviglioso. Quando è morto, avevo dieci anni. Mi manca moltissimo. Ma io sono religiosissimo: per cui sono certo che un giorno potrò rivederlo.
Vivono con noi le nonne, alle quali sono legatissimo. Io sono assolutamente tradizionalista ed amo i costumi e le tradizioni italiane, compresa la cucina. Non so cosa sia un fast food e detesto la nouvelle cuisine.

Com’è la tua giornata tipo?

Sveglia alle cinque e mezza; dalle sei alle sette un’ora di batteria, prima di andare a scuola. Ora che ho terminato il liceo (mi sono iscritto al DAMS di Roma 2), potrò studiare lo strumento dalle sei a mezzogiorno, come faccio nei giorni festivi, compatibilmente con la frequenza universitaria. Poi ascolto dischi sino all’ora di pranzo.
Dopo pranzo faccio sentire i miei progressi sullo strumento a mio padre. Poi un’oretta di sonno e quindi un altro po’ di pratica sullo strumento; tre pomeriggi alla settimana viene il mio maestro Emiliano Pratesi, con il quale studio intensamente la batteria. Le mie materie preferite sono la storia dell’arte, la letteratura italiana, la storia del cinema e la storia del teatro.
Dopo cena, accompagno un disco per almeno mezzora e poi vediamo un film; alle ventitré a letto. Sia i miei che io non amiamo la vita notturna, nonostante la nostra passione per il jazz. Ogni tanto faccio le prove con i “Lighthouse Giants” e andiamo a qualche concerto. Suono poco in giro perché non mi adatto a situazioni che non mi convincono pienamente; la musica per me è la vita e non mi va di tradirla.
A Roma non esco mai perché non ho veri amici; inoltre, ancora non guido la macchina e non ho mai usato motorini e moto perché li detesto. Ovviamente non ho mai messo piede in una discoteca. Del resto, a casa ho tutto quel che desidero: tre batterie montate nella sala hobby della nostra villa, una discoteca formidabile, una vastissima biblioteca ed una cineteca con migliaia di film.
Passiamo molto tempo nella casa vicino Firenze, nel Chianti fiorentino, al Poggio alla Croce, che i miei mi hanno regalato per i diciotto anni. E lì è tutta un’altra musica.

So di questa tua passione per Firenze. Come mai?

Vedi, nella vita io ho quattro passioni: il jazz, la batteria, Firenze e la Fiorentina.
Pure in questo ho ripreso dal babbo. Lui è romano, ma il suo amore è tutto per Firenze e per la Fiorentina, anche se ora, per le note vicende, attraversiamo un momento nerissimo. Hanno salvato la Lazio e tante altre società di A e di B; solo con Firenze sono stati spietati. Per fortuna, però, ci hanno restituito in minima parte ciò che ci avevano tolto, rimettendoci in serie B.
Sin da quando ero piccolissimo abbiamo passato sempre periodi molto lunghi a Firenze, che conosco come le mie tasche. Non posso stare più di due settimane senza andarvi.
Al Poggio alla Croce ho i miei veri grandi amici: Roberto Piccioli detto “il Ciola”, Massimo Ravenni e Lorenzo Becattini, tutti tifosissimi viola; meno interessati al calcio sono invece altri due fraterni amici: Patrizio Nannicini e Gregorio Formiconi. Quando il Ciola seppe che dei romani avevano acquistato una casa al Poggio, storse il naso. «Ma no – gli dissero –. Sai che padre e figlio sono tifosissimi della Fiorentina?». Così, la prima volta che mio padre ed io eravamo seduti al bar dei Becattini, il Ciola venne dietro di me e mi mise una sciarpa della Fiorentina al collo. Divenimmo subito inseparabili.
La domenica mattina, dopo la messa, mangiamo un boccone e con la macchina di Massimo andiamo allo stadio: ovviamente in curva Fiesole. Poi si va a mangiare una pizza. Spesso con noi vengono anche altri amici (Gastone Marconi, Tommaso e Giacomo “Giaggio” Fondelli) e mio padre. Ho un intero armadio pieno di oggetti della Fiorentina ed ho conosciuto tutti i principali giocatori della storia viola, comprese due glorie della Fiorentina del primo scudetto: Ardico Magnini e Beppe Virgili, detto “Pecos Bill”.
A Roma non hanno molta simpatia per i toscani. Sbagliano grosso. Io so che a Firenze e in qualunque parte della Toscana (specie ad Anghiari, dove andiamo spessissimo, e a Bolgheri, dove passiamo sempre il mese di luglio e parte di agosto) siamo pieni di amici. E poi al Poggio alla Croce, dove ho la residenza, sono stato “adottato” da tutto il paese; mi stimano tanto che, per illustrare ad una televisione del Valdarno i problemi dell’acquedotto, il marchese Carlo Viviani della Robbia, insigne amico, ha mandato proprio me: l’ultimo arrivato! Nel luglio di quest’anno l’SMS del Poggio alla Croce ha organizzato un memorabile concerto dei miei Lighthouse Giants, al quale sono intervenute le più alte autorità di Greve in Chiant e di Incisa.

Torniamo al jazz. Mi fai l’elenco dei musicisti che preferisci strumento per strumento?

Con piacere. Tromba: Shorty Rogers (e, tra i neri, Clifford Brown). Trombone: Frank Rosolino: per me esiste solo lui. Corno francese: John Graas. Clarinetto: Jimmy Giuffre e Bill Smith (ma amo molto pure Tony Scott). Sax soprano: Gene Roland. Sax contralto: qui devo fare due nomi, ossia Art Pepper e Charlie Parker; ma adoro anche l'immenso Bud Shank, il lirico Paul Desmond e Lennie Niehaus. Sax tenore: Stan Getz. Sax baritono: Serge Chaloff (ma cito anche Gerry Mulligan e Lars Gullin). Flauto: Bud Shank. Pianoforte: Russ Freeman. Chitarra: Barney Kessel. Violino: Joe Venuti. Vibrafono: Milt Jackson. Contrabbasso: Ray Brown. Batteria: per grande orchestra, Buddy Rich; per piccolo complesso, Shelly Manne. Compositore: Shorty Rogers. Arrangiatore: Bill Holman. Grande orchestra: Stan Kenton. Piccolo complesso: Giants di Shorty Rogers. Cantante uomo: Mel Tormé. Cantante donna: June Christy (ma amo molto anche Ann Richards).

E se ti dicessi un nome su tutti?

Non ho dubbi: Stan Kenton. Un immenso direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore e finissimo pianista. E poi era un vero gentiluomo; nessuno si è mai presentato al pubblico in modo più signorile e raffinato di lui. Per me la forma conta moltissimo. Anche in questo è il mio modello.

Che strumento usi?

Io suono solo batterie d’epoca, degli anni Sessanta o Cinquanta: Gretsch, Ludwig, Premier e Slingerland; sto cercando una Leedy modello Shelly Manne, ma non sono ancora riuscito a trovarla.
Studio molto le timbriche dei piatti perché mi piace sceglierli a seconda degli strumenti che devo accompagnare. Ne ho moltissimi.
In genere come ride preferisco quelli medium-thin perché più versatili e di attacco immediato. Il mio piatto base è un Custom Dark Ride K Zildjian da 20’ che – in linea con la migliore tradizione della batteria jazz – tengo basso e vicinissimo al rullante e al tom (ne impiego rigorosamente uno solo; ma amo sonare con due timpani). Poi uso molto un Sizzle Ride da 20’ Istanbul e uno Swish Knocker Avedis Zildjian da 22’; talora un Pang Avedis Zildjian da 20’ (questi due ultimi quando accompagno gli ottoni); un Custom Ride K Zildjian da 22’, molto aggressivo, adatto per formazioni consistenti; in trio monto sempre un Flat Ride Istanbul da 20’, che considero il piatto migliore per accompagnare la chitarra.
Ho, però, anche degli heavy ride, utili per l’hard bop e deliziosi per accompagnare il pianoforte: un Deep Ride Avedis Zildjian da 22’, un Dark Ride Paiste Sound Creation (prima serie) da 22’, un Ping Tosco con tre chiodi da 20’ ed un singolare extra heavy: un Earth Ride Avedis Zildjian da 20’, che impiego in casi molto particolari, come, del resto, un Bell Paiste da 8’ della serie Seven Sound Set.
Come crash, a seconda delle esigenze, uso due Custom Dark Crash K Zildjian da 15’ e da 18’, un Dark Crash Thin K Zildjian da 17’, un Paper Thin Crash Avedis Zildjian da 16’, un Sabian O-zone Crash da 18’ ed un Rocktagon Sabian pure da 18’ (piatto, quest’ultimo, molto amato da Jeffrey Watts), un Mini-China K Zildjian da 14’, un Oriental China Trash Sound Effects Zildjian da 18’ e uno Swish Avedis Zildjian sempre da 18’, due Splash K Zildjian da 8’ e da 12’. Per effetti speciali uso, infine, un EFX Piggyback Sound Effects Zildjian da 12’, che in genere accoppio con il Custom Dark Crash K Zildjian da 18’.
Due gli Hi Hats, a seconda delle esigenze: K Zildjian da 13’ e Quick Beat Avedis Zildjian da 14’.
Come bacchette uso le Vic Firth SD 4 Combo; come spazzole, le Regal Tip Clayton Cameron; come mallets, i Ludwig.

Sei soddisfatto di come suoni oggi?

La cosa che preferisco è studiare a fondo lo strumento (ora mi sto concentrando sulle poliritmie). Non salto un giorno, mai. Ho fatto molti progressi, ma i miei margini di miglioramento sono ancora grandi. Non mi sento assolutamente arrivato. Guai. Mai cullarsi sugli allori. Il cammino è ancora lunghissimo.

Preferisci i piccoli complessi o la grande orchestra?

Io sono un batterista tecnico ed amo molto le sortite solistiche. Per cui il mio sbocco più naturale è certamente la grande orchestra: questa è la mia massima aspirazione.
Ma adoro sonare anche nei piccoli gruppi, poiché impiego molto volentieri le spazzole, alle quali dedico un paio di ore di studio tutti i giorni. Mi trovo meravigliosamente sia nel trio con Malaguti e Leveratto che con i Lighthouse Giants.
La cosa più importante è selezionare drasticamente le situazioni musicali e non perdere tempo. Io sono un purista assoluto: posso sonare West Coast e cool, bop, hard bop e mainstream, ma a patto che si suoni con swing.

Il tuo sogno nel cassetto?

Formare una grande orchestra che suoni il repertorio californiano. Prima o poi ci riuscirò senz’altro.

Intervista raccolta da FULVIO ROCCATANO.

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