IL GIUDIZIO
DELLA CRITICA
«Discorso diverso e, per così dire, stupefacente quello
sul giovanissimo batterista (quindicenne) Gianmarco Lanza, il quale
non ha certamente sfigurato in cotal alto consesso, e basterebbe questo
per rimanere meravigliati e piacevolmente sorpresi, sì da poterlo
definire, tra gli esecutori della sua età, uno dei migliori in
Europa» (FULVIO ROCCATANO, in «Ritmo», giugno 2000,
pp. 8-9; recensione al concerto del 18 marzo 2000, all’Ouverture
di Roma del Sestetto Franco Piana [tromba], Dino Piana [trombone], Gianni
Basso [sax tenore], Antonello Vannucchi [pianoforte], Dario Rosciglione
[contrabbasso], Gianmarco Lanza [batteria]).
Gianmarco Lanza e il suo trio fanno brillare
il suono della West Coast: «Il batterista, giovane rivelazione
del drumming italiano, [...] per musicalità, swing e perizia
percussionistica non ha nulla da invidiare a molti dei suoi più
anziani maestri» («Il Resto del Carlino», 21 marzo
2002; «La nuova Ferrara», stessa data).
«Musiche come quelle che offre il disco di Gianmarco Lanza sono,
ai tempi d’oggi, fonti di sensazioni che di rado occorre ascoltare
così sincere, ricche di palpabile passione [...].
Certo: il richiamo a grandi drummers della storia del jazz, come Shelly
Manne, Buddy Rich e Louis Bellson, cui Gianmarco ha voluto dedicare
un filiale omaggio in To Shelly, Buddy and Louis, è un evidentissimo,
chiaro riferimento alla loro scuola jazzistica e, assieme, uno svettante
vessillo alzato sul pennone del vascello sul quale si è imbarcato
con due congeniali compagni d’avventura come Lanfranco Malaguti,
con la sua raffinata chitarra, e Piero Leveratto, con il suo pulsante
contrabbasso, per esplorare quello sconfinato territorio del “West
Coast Jazz” che dell’eleganza formale aveva fatto il suo
abito, cucito da personaggi come Shorty Rogers o Russ Freeman, Buddy
Collette o Art Pepper, Jimmy Giuffre o Bob Cooper o Dave Brubeck. E
ad essi Gianmarco, con notevole estro, dedica via via i capitoli di
questo suo primo disco, da centellinare come un vino d’annata.
L’opera prima di questo giovanissimo jazzman, che ammette senza
remore di amare Stan Kenton assieme a Count Basie [...]; che non sottace
la sua filiale devozione agli insegnamenti di quel Kenny Clarke che
del “suono” della sua batteria aveva fatto la sua ragion
d’essere artistica, dice quanto (e come!) sia possibile dire coinvolgenti
parole senza imporre, soltanto, originals perché incapaci di
cimentarsi sulle musiche composte da grandi del passato.
È ancora più evidente, infine, che la batteria per Gianmarco
è il mezzo per offrire ai compagni una solida base sulla quale
costruire le improvvisazioni, non uno strumento con cui “colorare”
i passaggi delle esecuzioni: lo si ascolti nell’assolo del titolo
dedicato ai tre grandi drummers già citati, e lì si troverà
la chiara dimostrazione che il jazz italiano ha una nuova eccitante
promessa» (GIAN CARLO RONCAGLIA, Note di copertina di The Revival
of West Coast Jazz).
«Gianmarco Lanza ha appena compiuto diciotto anni e non ne aveva
ancora diciassette quando ha inciso questo disco in compagnia di Lanfranco
Malaguti e di Piero Leveratto, e il fatto che uno dei migliori chitarristi
e uno dei migliori contrabbassisti italiani abbiano accettato di suonare
sotto la sua leadership è di per sé significativo. In
effetti il giovanissimo Lanza è un vero e proprio ragazzo-prodigio
della batteria, strumento dal quale è stato attratto fin dalla
più tenera infanzia e che ha cominciato a studiare all’età
di otto anni con Emiliano Martino. figlio di Bruno, l’indimenticabile
cantante e pianista recentemente scomparso. Lo ricorda egli stesso in
un dettagliatissimo “autoritratto” che, nel libretto illustrativo,
segue la presentazione di Gian Carlo Roncaglia (altra non secondaria
garanzia).
Ma l’amore per la batteria gli deriva anche e soprattutto dal
padre Antonio, oggi professore di italianistica all’Università
La Sapienza di Roma, ma anche critico di jazz, collezionista di dischi
e batterista dilettante. Questo il background. Ma l’autoritratto,
straordinariamente esplicito e fin troppo sincero, rivela molte altre
cose sulla personalità di Gianmarco: una conoscenza capillare
della storia del jazz, una precisione che sfiora il perfezionismo e
un singolare anticonformismo che lo porta a schierarsi apertamente contro
i suoi coetanei e i loro idoli più acclamati (Jarrett, Corea,
Metheny, Frisell ecc.) e a proclamare senza mezzi termini la sua stima
per i grandi del passato e soprattutto per gli esponenti di un genere,
il californiano, oggi quasi dimenticato e che egli intende “rilanciare”.
Una posizione – come si vede – assolutamente inconsueta
per un giovanissimo e che, a prescindere dal merito, denota coraggio,
indipendenza e chiarezza di idee.
Veniamo alla musica. Basta scorrere i titoli dei brani e i nomi degli
autori per aver conferma delle dichiarazioni programmatiche del baldanzoso
leader (fa un certo effetto usare questa parola per un ragazzo ancora
minorenne all’epoca della registrazione...): due pezzi di Shorty
Rogers, due di Art Pepper, uno di Russ Freeman, uno di Buddy Collette
e poi Harry Babasin, Jimmy Giuffre, Bob Cooper e Dave Brubeck. Due soli
gli originali, uno di Malaguti gustosamente intitolato, con felice parafrasi,
There Will Never Be A Metropolitan Oasis e uno dello stesso Lanza, To
Shelly, Buddy And Louis, con il quale l’autore ha voluto rendere
omaggio ai suoi batteristi preferiti: Shelly Manne, Buddy Rich e Louis
Bellson. L’organico e l’ambito stilistico non possono non
richiamare alla mente il trio Shelly Manne - Ray Brown - Barney Kessel,
anche se il fraseggio e la sonorità di Malaguti sono più
vicini a quelli di Jim Hall. Naturalmente, in assenza di pianoforte
o di strumenti a fiato, la chitarra assume un ruolo decisamente prevalente,
anche perché Lanza, pur non limitandosi ad accompagnare, evita
comunque saggiamente di strafare e lascia tutto lo spazio necessario
ai suoi più titolati colleghi. Anche Leveratto ne approfitta
e abbandona spesso la pulsazione continua per cimentarsi nelle sue caratteristiche
volate di note con la consueta, controllata irruenza. Il batterista-leader,
infine, se la cava egregiamente, dimostrando di saper maneggiare con
ottimi risultati non solo le predilette spazzole, ma anche le bacchette
e scatenandosi nel brano dedicato ai tre grandi ispiratori, in pratica
un lungo assolo nel quale sembra lasciare un po’ in disparte Manne
per seguire le orme degli altri due.
Complessivamente l’album [...] è di piacevolissimo ascolto
per la qualità dei musicisti, il garbo, l’eleganza e una
notevole dose di relax, componente essenziale ma spesso trascurata dello
swing. Il trio si muove con grande naturalezza e con un interplay che
definirei “alternato”, cioè a coppie (chitarra-basso,
basso-batteria, chitarra-batteria). I temi sono tutti belli: seguendo
i miei gusti, segnalo in particolare Martians Go Home, una composizione
di Shorty Rogers che mi ha ricordato un vecchio, amatissimo LP della
Atlantic, la ballad di Art Pepper Patncia, I hear Red di Jimmy Giuffre,
Punkin’ Head di Bob Cooper e Pirouette, ancora di Rogers»
(ANTONIO BERINI, in «Ritmo», LIX, maggio 2002, n° 769,
pp. 32-33).
Quel sound “californiano” della batteria
di Lanza: “Non ha ancora vent’anni ma si è
già rivelato come un talento del jazz nazionale. [...] Legato
al sound californiano, [...] Lanza [...] predilige la più classica
lezione di raffinati batteristi quali Shelly Manne, Buddy Rich, Louis
Bellson» («Il Secolo XIX», 30 maggio 2002).
«The Revival Of West Coast Jazz è la sua opera prima.
Un felice ricordo, un amore sconfinato per gli arrangiamenti ariosi,
per gli stilemi di quel jazz colto e swingante della California, il
jazz della West Coast. Con due navigati compagni d’avventura come
l’elegante chitarrista Lanfranco Malaguti ed il pungente contrabbassista
Piero Leveratto, Lanza presta la sua inventiva ad una raccolta di temi
rivelatori di quella fertile epoca jazzistica. Si mostra sensibile lettore,
rivelando una propria identità interpretativa, evitando abilmente
il rischio di cadere in facili e compiacenti insistenze. Convivono così
dolci ricordi e swinganti omaggi a Shorty Rogers, a Buddy Collette,
ad Art Pepper... con grande saggezza. Con suggestiva eleganza»
(FEDERICO SCOPPIO, in «Vinile.com»/recensioni.jhtml?id=64994).
Il revival della West Coast. L’esordio
jazzistico di Gianmarco Lanza, coolster nel sangue: «Con i suoi
sedici anni da poco compiuti, Gianmarco Lanza ha esordito nel mondo
del Jazz con piena autorevolezza, affiancato da due “senatori”
di vecchia conoscenza: Lanfranco Malaguti e Piero Leveratto. Il batterista
ci propone un CD di jazz “puro”, essenziale e assolutamente
rigoroso, facendo riferimento al glorioso periodo californiano. The
revival of West Coast Jazz ci fa subito capire, dall’iniziale
Martians go home di Shorty Rogers, quanto ancora si possa esternare
e tirar fuori dal Mainstream, troppo spesso giudicato con sufficienza
dalla critica, grazie ai giochi di contrappunto ed alle molteplici possibilità
che ci offrono temi ormai consacrati alla storia.
Gianmarco Lanza, a mio (modesto) personalissimo avviso è partito
col piede giusto, presentandosi senza compromessi al di sopra di ogni
contaminazione, in una full immersion nel Jazz senza condizionamenti
e senza mezzi termini. Cosa peraltro assai difficile da riscontrare
nei giovani esordienti. Lanza, del resto, non ci appare affatto come
un neofita, non fosse altro per la sua naturale inclinazione al Jazz
che pratica da almeno dieci anni.
Forse questa sua “intransigenza” (che applaudo pienamente)
ha fatto ritardare il lancio sul mercato di questo primo lavoro discografico
che, attraverso una scelta meticolosa di brani, sa veramente commuovere
ed appassionare all’ascolto. Di questo dobbiamo ringraziare il
buon Peppo Spagnoli della “Splasc(h) Records”. Quando mai
riascolteremo, in una rivisitazione davvero suggestiva, temi meravigliosi
come: A nice day di Buddy Collette, Patricia di Art Pepper (Malaguti
veramente superlativo), Shish kebab di Dave Brubeck o I hear Red di
Jimmy Giuffré? Il disco è un dialogo continuo fra i tre
strumenti in gioco, dove Leveratto mostra una piena autorevolezza della
sua cavata, mentre per molti rappresenterà una piacevolissima
sorpresa riscoprire ed assaporare un Lanfranco Malaguti in versione
“baueriana”, con un amabile ed inconfondibile fraseggio
scalare. Non solo un Malaguti in versione elettronica o di esploratore
sopraffino delle melodie della canzone italiana quindi; conosciamo ora
un’anima coolster, ma soprattutto jazzistica fino al midollo.
Gianmarco Lanza per descrivere la sua filosofia prende in prestito una
celebre massima di Gianni Basso: “Il Jazz è la musica delle
tre B: Bop, Ballads e Blues”. Come dargli torto?» (GINO
FORTUNATO, «Il Nostro Giornale», 13 luglio 2002).
«Con Leveratto e Malaguti come “padrini” il diciassettenne
batterista romano fa il suo ingresso nel jazz italiano dalla porta principale.
Per la verità si tratta di un esordio solo dal punto di vista
discografico: Lanza ha un decennio di strumento alle spalle, collaborazioni
con maestri del calibro di Basso, Piana, Cerri, De Filippi, Rosa e suona
stabilmente con i partner di questo disco. “I miei batteristi
preferiti sono Buddy Rich, Shelly Manne e Louis Bellson” scrive
il giovane nella presentazione, dove elenca i modelli di riferimento:
dal jazz tradizionale al primo hard bop, con una netta preferenza per
il West Coast Jazz.
Il titolo dell’opera auspica maggiori riconoscimenti per quello
stile e il repertorio è stato scelto con competenza tra alcuni
classici di quegli anni. È una posizione ammirevole: Lanza va
alla ricerca delle radici, è attratto dai classici del jazz classico
e moderno (non solo batteristi) e la conoscenza approfondita del passato
non può che giovargli. È la dote migliore che serve per
progredire.
Qui si respira il clima del celebre trio Kessel-Brown-Manne: i Poll
Winners, per intenderci. La musica segue precise coordinate espressive
ma non siamo affatto nell’ambito del revival, se s’intende
il termine come imitazione pedissequa di un modello. Ci sono gusto,
scioltezza, molta fantasia e soprattutto swing: Lanza possiede swing
e tecnica, ed è un piacere ascoltarlo accompagnare (ama spazzole
e piatti, come Manne) con quelle figure ritmiche fantasiose, incalzanti,
perfettamente a tempo, senza invadenza» (ANGELO LEONARDI, in «Musica
Jazz», LVIII, agosto-settembre 2002, p. 72).
«Tutti i musicisti [Oliver Barnay (tromba), Peppino D’Amato
(clarinetto e sax tenore), Marcello Rosa (trombone), Enrico Ghelardi
(sax baritono), Cinzia Gizzi (pianoforte) e Giorgio Rosciglione (contrabbasso)]
sono stati supportati dalla funambolica tecnica swingante di Gianmarco
Lanza, il quale rappresenta non solo il futuro del jazz italiano ed
europeo, ma già una splendida realtà» (FULVIO ROCCATANO,
in «Tempo Libero», XXIII, luglio-dicembre 2002, p. 33).
Quel giovanotto ci stupirà: «Sin
dall’immagine di copertina, in cui appare concentrato sul suo
strumento in giacca e cravatta e chioma lunghissima, il batterista Gianmarco
Lanza e il suo album di debutto non passano inosservati. C’è
di mezzo la sua giovanissima età (diciottenne!) e soprattutto,
a dispetto di essa, determinazione e personalità nelle scelte
stilistiche. Ammiratore incondizionato del jazz californiano degli anni
Cinquanta – e perciò in controtendenza con i gusti oggi
imperanti –, dedica alle sonorità cool di quell’epoca
l’intero album, rispolverando temi battuti pochissimo, ancorché
deliziosi e trascinanti come scritti oggi: Martians go home di Shorty
Rogers, A nice day di Buddy Collette e tanti altri. I due brani citati
si ascoltano, in chiusura del cd, in una seconda versione. E non superfluamente.
Perché, come il giovane leader ha autorevolmente voluto, il jazz
di questo album piacevolissimo e refrigerante scorre via in scioltezza
e col gusto dell’autentica improvvisazione, cosicché nelle
alternate takes gli assoli risultano completamente differenti. Emulo
del drumming snello e “spazzolato” di Shelly Manne, il batterista
romano ha riunito attorno a sé un terzetto, completato dal contrabbassista
Piero Leveratto, che qui offre forse una delle sue prove più
belle in assoluto, e da Lanfranco Malaguti alla chitarra. Assente dal
mercato discografico da oltre cinque anni (il suo ultimo cd, Aforismi,
è da annoverare fra i vertici espressivi del jazz degli anni
Novanta), Malaguti compie qui il miracolo di sposare linearità
ed eleganza di fraseggio con quei lampi improvvisi di armonie imprevedibili
che ne fanno, della chitarra contemporanea, un poeta assorto e sfuggente
(PIETRO MAZZONE, «Il Giornale della Musica», n° 190,
febbraio 2003, p. 28).
La nuova stella della batteria: Il Trio
Malaguti-Leveratto-Lanza è già noto ai cultori di jazz
grazie alla pubblicazione del CD The Revival of West Coast Jazz, che,
oltre a celebrare il battesimo discografico di Gianmarco Lanza, ha rivelato
anche il credo musicale di un musicista sconosciuto ai più e
regalato la sorpresa di un drummer di sicuro avvenire. Non si trattava,
però, del reale esordio di questo musicista che, pochi giorni
prima, aveva già registrato dal vivo un altro compact disc, quello
che ho appena finito di ascoltare e che, per motivi tecnici, ha avuto
la sorte di presentarci questa grande promessa che «Musica Jazz»
ha segnalato ai jazzfans attraverso il Top Ten 2002 con il magnifico
piazzamento del batterista nella categoria dei “nuovi talenti”.
Sarebbe logico iniziare la presentazione dal chitarrista, sia per il
valore di Malaguti, sia per il suo ruolo nel trio, e proseguire poi
con Leveratto, la cui lunga attività jazzistica è a tutti
ben nota, ma la sorprendente novità della nascita di una nuova
stella nel nostro limitato firmamento, in una categoria molto avara
di rappresentanti di valore, mi ha indotto a questo sovvertimento di
precedenze, soprattutto considerando che il nostro era un sedicenne
al momento di questa performance!
Tenterò di essere il più possibile distaccato –
anche se non è facile, perché ho avuto modo di seguire
Gianmarco sin dai primi passi e ne sono entusiasta –, giudicando
il suo lavoro per quel che effettivamente vale sia nel fondamentale
cómpito dell’accompagnamento, sia in quello più
gratificante e spettacolare dell’assolo.
È noto – per averlo egli affermato nell’autoritratto
allegato all’altro CD – che Lanza si ispira al drumming
di Buddy Rich, di Louis Bellson e di Shelly Manne e al jazz moderno,
dal bop all’hard bop, con una predilezione per la musica della
West Coast; ma questa non è che la confessione di una preferenza
(chi non ne ha?) che, in realtà, rivela l’amore per il
jazz moderno in genere e per l’arrangiamento sofisticato in particolare.
E veniamo al disco, interamente dedicato a standards, diversamente dall’altro
CD. Sin dalle prime battute si rimane avvinti dalla fantasia di Gianmarco,
che sfrutta in tutta la sua varietà il drum-set accompagnando
ed interagendo con i due partners con una sicurezza fantastica, riempiendo
i vuoti con accenni solistici di grande effetto. Proprio queste brevissime
sortite trasmettono all’ascoltatore la sensazione che il batterista
scalpiti, faticando a rispettare i vincoli impostigli: vorrebbe sconvolgere
l’equilibrio del trio, diventare protagonista assoluto, mostrare
tutta la sua abilità; si trattiene, rispetta le regole del gioco,
ma si avverte la lotta interiore. D’altra parte, la fantasia e
la straordinaria tecnica di Lanza – I’ll Remember April
da questo punto di vista è stupendo – giustificano le sue
istanze, mentre la sua giovanissima età rende ancora più
comprensibile il desiderio di mostrare a tutti la sua maestria.
Malaguti – lo vorremmo professionalmente più attivo e meno
incline a pause di riflessione stile Rollins – e Leveratto interpretano
alla perfezione il difficile cómpito di suonare in trio, trovando
un’ottima intesa senza mai sovrapporsi e sostenendosi vicendevolmente
con ammirevole perizia, ritagliandosi allo stesso tempo gli spazi per
gli assoli: efficacissimi e sintetici quanto basta, sono incisivi ed
ispirati. Un ottimo disco. (ROBERTO CAPASSO, Note di copertina del CD
Lanza-Malaguti Leveratto Trio Live, in corso di stampa per la Splasc(h)).
Anfiteatro di Poggio alla Croce: arriva il jazz
della band Lanza: «Assieme al grande batterista Gianmarco
Lanza, classificato dalla critica nel 2002 fra i primi cinque nuovi
talenti italiani e primo fra i batteristi, si esibiranno Stefano Rossi
al sax tenore, Enrico Ghelardi al sax baritono, Antonello Vannucchi
al pianoforte e come arrangiatore dei vari pezzi, Mauro Battisti al
contrabbasso. La cantante è Beverly Lewis, trasferitasi recentemente
in Italia e nipote del compianto sassofonista Joe Henderson. L’evento
è talmente importante che sono annunciati arrivi da tutta la
regione, carabinieri e vigili urbani hanno disposto il servizio d’ordine
e la chiusura di una strada» (PAOLO FABIANI, «La Nazione»,
venerdì 25 luglio 2003, p. XX).
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